domenica 9 aprile 2017

DA DOVE COMINCIARE

Pianificare un trasferimento a diecimila chilometri di distanza in una città che non si conosce affatto non è uno scherzo. È come un enorme salto nel buio in cui non sei in grado di calcolare nessuna variabile né come arriverai quando toccherai terra. E fino ad ora mi sono limitata solo alla scelta della scuola per le mie figlie. Figurarsi il resto. Le altre 425 variabili che possono subentrare non le conto neanche, perché altrimenti mi viene un attacco di panico.
Mi chiedo: perché quando sono partita per la Cina non ero così in ansia? O meglio, ero MOLTO in ansia ma per motivi completamente diversi.
Era l'espatrio in se' a spaventarmi e non i problemi logistici. Non a caso, quelli li avevo completamente delegati a terze persone oppure me li ero ritrovati come problemi una volta arrivata in Cina. 
Qui - mi sono detta - voglio arrivare più preparata: la scuola, la casa, la lingua, voglio che tutto sia sotto controllo.
SOTTO CONTROLLO. 
Che bella parola. Ma che illusione! 
Intanto perché gli strumenti per informarsi oggigiorno (internet in primis) sono un'arma a doppio taglio. Si trova tutto e il contrario di tutto, quindi in definitiva non servono a un tubazzo, o almeno non a formarsi un'opinione. 
Intendo: se cerco scuole internazionali, internet mi offrirà una lista e certamente dei commenti ma non necessariamente un giudizio che possa valere per me. A meno che chi formula quel giudizio sia una persona che conosco. Ma anche in quel caso, non ne sarei così sicura. 
Le mie più care amiche a Shanghai avevano a grandi linee il mio stesso modo di pensare sotto moltissimi aspetti ma in fatto di scuole abbiamo fatto tutte scelte completamente diverse.
E quindi eccomi qui. Lost in space tra le Scuole Internazionali di Città del Messico. Il dilemma è: come scegliere? O meglio, come selezionare quelle cui chiedere un appuntamento per un test dopo il quale forse, a seguito di attenta analisi e solo se le tue figlie sono A) piccoli geni B) spigliate e brillantissime C) con un curriculum da paura, potranno avere una chance di ingresso?  

POSIZIONE: variabile essenziale. Esclusi almeno due dei quattro punti cardinali, nessun problema: mi rimangono solo una cinquantina di scuole da selezionare. 

RETTA: tasto dolente, specie se hai un budget che non è un granché. Perché ovviamente la scuola che ti piacerà di più sarà la più cara in assoluto ma te ne accorgerai dopo almeno una settimana che ci hai fantasticato su.

SITO: per esperienza, il sito internet è estremamente fuorviante là dove un sito figo non significa necessariamente una scuola buona. Ammetto però che un sito sciatto, o non aggiornato o senza la doppia lingua (ci credereste? Almeno cinque scuole selezionate non avevano l'opzione lingua inglese pur descrivendosi come bilingue) mi attira di meno. Così alla cieca è ancora una volta difficile formarsi un’opinione: il sito fa ca…re perché si curano dei bambini più di quanto non si curino dell’immagine? E’ segno di sostanza anziché di forma? O di cattivo management? Ma poi ci frega davvero qualcosa del management o più di avere buoni insegnanti? Se guardiamo in management delle scuole pubbliche italiane c'è da spararsi ma non per questo le insegnanti sono incapaci. Magari frustrate, ma questo è un altro discorso.

MESSICO: si perché io messicani vi ho già capiti. Non vi conosco ancora ma vi ho capiti. Ho capito che se i cinesi dicevano di si quando intendevano no perché non volevano indispettirti, voi invece non rispondete proprio e prendete le cose con tutta la calma del caso. Impiegate 10 giorni e tre invii della stessa mail per farvi vivi e non date nemmeno una risposta soddisfacente, perché forse la vita va presa così e anche se c’è chi scioccamente pensa di voler tenere tutto sotto controllo a diecimila chilometri di distanza, voi gli insegnate già, con la vostra flemma da bonzi,  che questa cosa è praticamente impossibile ma che forse va bene così.
Sospetto che Speedy Gonzales fosse l’unico messicano ad avere l’ulcera.



martedì 4 aprile 2017

Pesce d'aprile

Diciamolo: annunciare alle proprie figlie che tra quattro mesi si dovranno trasferire per tre anni a Città del Messico e scegliere di farlo esattamente il primo di aprile fa un po' ridere. 
Eppure è andata proprio così, ed io che mi aspettavo ululati e reazioni inconsulte sono stata con mia somma gioia disattesa. D'altronde, la mia indole è naturalmente pessimista: ho sempre preferito vedere il bicchiere mezzo vuoto, nelle cose, per essere sicura di non avere delusioni dopo.
Però qui era tosta, eh.
Mettetevi nei miei panni, o ancora di più nei loro: passi oltre quattro anni in Cina. Vivi in un ambiente che per quanto bello e stimolante è un porto di mare. Tipo che ti trovi un'amica e dopo sei mesi quella se ne va. Allora ci riprovi con un'altra e alla fine ad andartene sei tu. Torni in Italia e ti fai un mazzo così a integrarti nella tua comunità d'origine, dove tutti ti vedono un po' come un fenomeno da baraccone e continuano a chiederti se ti trovavi meglio prima oppure adesso (che a voler vedere è una domanda bastarda perché se rispondi che ti trovavi meglio prima sembra che te la tiri, se dici che stai meglio ora sembra che in Cina facesse tutto schifo, quindi magari finisce che fai il cerchiobottista e dici che "è uguale, ma diverso" che onestamente è un po' una minchiata).
Tutta 'sta fatica e poi ecco che devi ricominciare da capo: casa nuova, nuova scuola, lingua diversa, cibo diverso, addirittura fuso orario diverso: se ci sono due paesi che mi sembrano antitetici sono la Cina e il Messico. 
In comune hanno solo le ore di aereo per arrivarci e probabilmente l'inquinamento. Che culo.
Dare fuori di matto sarebbe stato lecito, direi quasi normale. Ecco perché sono cauta nel valutare le reazioni della prole.

E le MIE, di reazioni? 
Io ho deciso di accettare questa nuova avventura senza avere ancora deciso se volevo farla. Perché io sono lenta: devo affezionarmi ad un'idea, farla mia a poco a poco. Trovarne i lati positivi con calma. 
Molta calma.
E durante questo difficile processo, se qualcuno commenta che è un'esperienza eccezionale ed imperdibile mi irrito perché penso che tanto ci devo andare io e non lui e si fa presto a fare i fighi quando sono gli altri ad andare allo sbaraglio. Ma allo stesso tempo se non mi si dimostra abbastanza entusiasmo (proverbiale la reazione di mia sorella e il suo "Ma che bel posto di merda!") mi deprimo e penso che un po' più di empatia sarebbe stata gradita. Insomma, lo avrete capito, in questo periodo statemi alla larga. 
Il processo di sedimentazione non è ancora terminato. 
L'unica certezza che ho avuto di istinto è stato il BLOG. Quando sono migrata a Shanghai, ho iniziato a scrivere un blog che mi ha aiutato a gestire emozioni e frustrazioni, gap culturale e sconvolgimenti vari. Ho trattato la mia creatura come un fidanzato amorevole per quasi tre anni salvo poi abbandonarlo senza pietà quando ha cominciato a starmi stretto. L'ho brutalmente usato fino a quando i casi della vita mi hanno portato a non voler più condividere pubblicamente le mie esperienze e non solo perché parte di queste erano davvero troppo personali, ma anche perché probabilmente non avevo poi molto da raccontare di me in un paese che in qualche modo non mi stupiva più. 
Ci stavo bene, inquinamento a parte.
Ma non mi emozionavo più a vedere il pollo appeso con il bucato o il tassista che si toglieva i peli del naso con due monete da uno yuan. 
Vediamo allora se riesco ad emozionarmi di nuovo. O a sorprendermi. O...chissà.