venerdì 5 maggio 2017

LAST!

Nella mia precedente esperienza all'estero (e scusate se passerò molto tempo a paragonare la Cina al Messico) non ho avuto la possibilità di fare il fatidico Look And See Trip ovvero la classica toccata e fuga in cui il futuro espatriato viene sballottato - per un numero di giorni solitamente molto esiguo  -nella sua futura destinazione, per farsi un'idea di cosa l'aspetterà per i successivi tre anni o più. Il ché ha l'indubbio vantaggio di potersi figurare un po' meglio il quadro generale, ma contempla anche il rischio di ritrovarsi di fronte a una realtà che fa cagare non gli piace, ma sulla quale non ha di fatto più il controllo, perché tanto ormai, come si sul dire, les jeux sont faits.
A questo giro invece, il Look And See Trip (dall'inquietante acronimo LAST) ce lo siamo fatti non più tardi di una settimana fan ed ora sono qui a tirarne le somme, sia per riordinare le idee che per la curiosità altrui. 
La prima buona notizia è che non abbiamo avuto nessun tipo di sfiga logistica: nessun aereo perso o in ritardo, discreta compagnia aerea, hotel come da attese, guida e driver locale competenti, no Montezuma, insomma, tanta roba. Unica pecca - ma non si può chiedere troppo - Maia, dopo l'ultimo test nell'ultima scuola, a mezza giornata dalla partenza, è stramazzata in macchina con un febbrone da cavallo. In pratica, per il rotto della cuffia.
Volendo riassumere con qualche numero l'esperienza, diciamo che siamo stati in ballo 6 giorni, viaggiando 16 ore all'andata e circa 14 al ritorno: andare a Shanghai aveva l'indubbio vantaggio del volo diretto su Milano, mentre in questo caso lo stop-over è obbligato, ma consente di scegliere tra varie compagnie aeree tutte infinitamente più piacevoli di Airchina, che in quanto a totale mancanza di confort non è seconda a nessuno. Tutto sommato poi, sostare un paio d'ore ad Amsterdam, Parigi o Londra non mi dispiace nemmeno poi tanto. 
Il programma ha previsto la visita a 4 scuole diverse, tutte internazionali, ma anche tutte rigorosamente intenzionate a testare le bambine, non si è capito bene se dal punto di vista accademico o da quello interpersonale. Probabilmente da entrambi. La qual cosa a tutta prima mi ha dato parecchio fastidio, perché l'idea che una scuola possa non accettare bambine normodotate è alquanto irritante, ma mi rendo conto anche che sono scuole private (il pubblico in Messico è sconsigliato e comunque sarebbe stata una perdita linguistica non approfittare della loro conoscenza dell'inglese) e come tali possono decidere che se ti puzzano i piedi nella loro scuola non ci vai.
Mentre sto scrivendo non so ancora gli esiti, che tutti si riservano di darti in un tempo che oscilla tra la settimana ed i dieci giorni (con calma, mi raccomando), per cui sono qui che friggo come una sardina in padella. Anzi, a dire il vero una delle quattro le ha già accettate, ma si tratta di una scuola totalmente fuori budget, che abbiamo voluto vedere solo per curiosità e perché ci avevano detto che è ottima e ha quasi tutti gli insegnanti madrelingua inglese. La scuola in effetti è fantastica: piccola, verde, curata, privatissima, la mensa tra le frasche, il pic-nic al venerdì, i computer con la tastiera di lego, tutti biondi e belli. Ma - budget a parte - abbiamo visto anche bambini portati a scuola con macchinoni da 80 mila Euro in su e Alice ci ha detto che una compagna - 9 anni - le ha rivelato con orgoglio di avere la carta di credito. Ecco, grazie ma no.
Capitolo case: mentre la prole sudava sotto i colpi di mortaio di psicologi e pedagoghi, noi abbiamo sperimentato l'altrettanto provante esperienza della ricerca di un appartamento, strizzati nello strabiliante traffico di CDMX (che non è un numero romano dal dubbio risultato, ma il modo un po' fighetto di intendere Ciudad de Mexico). 
Che poi uno pensa: arrivo da Shanghai, che ha venticinque milioni di abitanti, sarò pure abituata al casino, no? 
No.
Qui siamo nell'iperspazio del traffico, che se a Napoli il tassista in coda fa in tempo a farsi l'espresso al bar (storia vera), lì probabilmente ci scappa anche il taco con un paio di Corona. Fortunatamente il rimbambimento da fuso orario ci ha aiutato a farcene una ragione, poltrendo sui sedili posteriori dell'auto tra una visita e l'altra. I nostri accompagnatori hanno cercato in ogni modo di convincerci che la soluzione migliore per noi sarebbe stata quella di vivere in un quartiere periferico, all'interno di un qualche torre residenziale super accessoriata, che benché fighissima avrebbe significato non soltanto essere isolati da tutto ma anche dover ficcarsi in macchina anche solo per comprare un litro di latte. E nonostante abbia visto i lucciconi negli occhi della mia dolce metà alla prospettiva di avere palestra superaccessoriata, piscina olimpionica, spa e hammam a portata di ascensore, io con un raffinato gesto dell'ombrello ho fatto valere la mia posizione. Perché alla fine l'alternativa ha molto più senso (per tutti, ma specie per me che sono quella che deve costruirsi tutto da zero, qui); vivere in città, a portata di metropolitana (capitolo tutto da investigare in termini di sicurezza, ma questa è un'altra storia che affronterò in seguito) e di negozi accessibili.
Il quartiere scelto si chiama Polanco: posto a Nord del parco più grande della città (per altro il più grande del mondo dopo Central Park) Polanco è un quartiere adorabile. Case basse e soprattutto tutte belle, viali alberati, vita diurna ma tranquillità la sera, localini bellissimi, negozietti molto posh ma anche supermercati (il latte è garantito, insomma). La selezione della casa non è cosa facile perché in ciascuna si trovano pregi e difetti. 
Finché trovi LEI. La tua. La casa che ti fa venire la pelle d'oca e che adori dal primo istante: è grande ma non enorme, ci vedi già piazzati i tuoi arredi, sai che alle bambine piacerà, che gli ospiti li potrai sistemare comodamente, che è in una via tranquilla e via dicendo. Insomma, ora è tutto in mani ai "mediatori", vediamo un po' se una botta di fortuna riusciamo ad averla o se ci sfumerà dalle mani (abbiamo comunque delle buone alternative).
Si potrebbe scrivere ancora parecchio riguardo al nostro LAST, ma forse il punto vero era capire se la scintilla, con Città del Messico, è scattata oppure no. 
Difficile rispondere, così su due piedi, perché come in tutte le città ci sono mille luci ed ombre e noi in pochi giorni non ne abbiamo viste neanche un centesimo. 
Però, se avessi dovuto basarmi su un LAST per giudicare Shanghai sono matematicamente certa che l'avrei odiata. Per il cemento, per i cinesi che sono così diversi, per il senso di estraneità che solo chi espatria può capire e che ti fa sentire un puntino solo e sperso nel mondo lontano da casa.
Per cui, nel complesso, siccome CDMX (ammetto, mi piace molto scriverlo) non l'ho affatto odiata, forse vuol dire che ho già un discreto vantaggio in partenza.








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