giovedì 18 maggio 2017

EL BOLIGRAFO ESTA’ EN LA MESA

Nell’ottica del PORTARSI AVANTI ho deciso di iniziare a studiare lo spagnolo, lingua che tanto si capisce ma anche che - quando si tratta di parlarla - non è che basta aggiungere le esse in fondo. E’ vero, capirlo non è un dramma, e via via ho l’impressione di essermi già fatta un po’ l’orecchio, ma quando poi provo a cimentarmi con qualche frase, mi accorgo di avere un blocco totale. Le parole proprio non escono, se si esclude qualche fonema stentato.
Hola! Como estas? Muy bien! Uno dos tres.
Ecco, già finito.
Di qui, la decisione.



Mi sembra di ricordare che nel pacchetto Expat dovrebbero essere incluse delle lezioni di lingua, ma a questo giro decido di iniziare per conto mio.
Tento prima con il prestigioso Istituto Cervantes, che però mi sciorina un preventivo di €1.250 per 15 ore di lezione, sia pure a domicilio. Grazie, ci penso.
Pensato. No.
Ripiego allora per Internet: vedo che è pieno di corsi gratuiti online ma dopo poche pseudo lezioni mi sembra di non aver fatto grandi progressi. Tutt’al più ho aggiunto i giorni della settimana e i numeri, ma come improvement mi sembra assai modesto.
Poi trovo il sito Superprof.it, un portale che offre lezioni di tutto per tutti. Dall’aerografia alla balalaika, dal Final Cut Pro (imperdibile) alla retorica. Cè anche un corso di nacchere, volendo pure avanzato, ci faccio un pensierino ma poi decido di non uscire dal seminato e vado avanti con la mia scelta iniziale.
Scelgo Juan, giovane colombiano, nella convinzione che se è madrelingua e possibilmente latinoamericano, trarrò maggiori benefici dalle lezioni, un po’ perché lo spagnolo iberico è assai diverso da quello dei latini e un po’ perché mi incuriosisce di più avere qualche dritta se non sul Paese, almeno sul continente in cui sto per trasferirmi.
Viene fuori che Juan è un ragazzone alto un metro e novanta, gentilissimo e molto simpatico, che pur essendo chiaramente alle prime armi con l’insegnamento (se si esclude l’aver fatto lezioni di spagnolo in una casa di riposo per anziani in Brasile, e non chiedetemi perché) è bravino. Paziente e attento, mi sta aiutando a barcamenarmi con una lingua che pur avendo tantissime affinità con l’italiano, offre però anche parecchie insidie.
Juan, oltre ad un libro di grammatica, mi ha proposto anche Duolinguo, un’applicazione (che a cascata ora utilizzano anche Andrea ed Alice) subito scaricata sul cellulare, che ha il doppio vantaggio di offrire mini lezioni fatte a piccoli step, molto intuitive e varie, traducendo però DAL o IN inglese, dal momento che non esiste ancora nella versione italiano-spagnolo. Il ché significa fare un doppio esercizio, in sostanza. Molto bene.
La cosa carina  è che ogni mini lezione impone sia l’ascolto, che la scrittura in spagnolo o dallo spagnolo, fino alla ripetizione di frasi. Siccome bisogna mantenere un task giornaliero (che l’app ti sollecita sul cellulare, casomai te ne dimenticassi), anche per accumulare punti che permettono di sbloccare altri e più difficili livelli, finisce che Duolinguo ho cominciato ad usarlo in tutti i momenti liberi o tempi morti.
In pratica, mentre prima ingannavo le attese leggendomi due notizie o quattro minchate su Facebook, ora mi sparo più volentieri qualche lezione al volo.
Il dramma è che spesso devi ripetere la pronuncia nel microfono, cosa che mi sono già ritrovata a fare, nell’ordine:
-in bagno (ovvio)
-in coda dal medico
-in metropolitana
-davanti alla scuola delle bambine
-dal parrucchiere
La procedura consiste nel guardarsi intorno con nonchalance, valutare che eventuali vicini non siano a distanza di ascolto e poi farfugliare la frase richiesta, nella speranza di non averla farfugliata TROPPO, perché altrimenti la maledetta app ti chiede cortesemente di scandire meglio le parole, così tu riprovi, cercando di scandirla un po’ di più ma sempre con il tono di chi sta mandando alla segretaria un reminder per un appuntamento col Papa o alla Nasa un messaggio in codice criptato. Peccato che, niente, la stronzetta non capisce ancora, forse perchè hai il dito sul microfono o forse perchè la tua pronuncia fa ancora inevitabilmente schifo, finchè esasperata dall’ennesima richiesta di ripetere la frase, ti ritrovi a gridare SUSANA NO COME POLLOOOOOOOOO con quanto fiato hai in gola, tra un vagone e l'altro della linea verde.


                                                    

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